Risonanza magnetica nucleare

La diagnosi di SM si basa sulla dimostrazione della disseminazione spaziale e temporale di sintomi e segni che caratterizza la malattia. Per raggiungere questo obbiettivo si utilizzano l’esame clinico ed un’indagine strumentale assai potente rappresentata dalla Risonanza magnetica (RM).
La Risonanza magnetica è una metodica che sostituisce ai raggi X le onde elettromagnetiche ricostruendo al computer le immagini ottenute.
Essa consiste nell’applicazione di un forte campo magnetico, tramite una potente “calamita” ed impulsi di radiofrequenza grazie ai quali tutti gli atomi, in particolare quelli dell’acqua, subiscono modificazioni transitorie del loro livello energetico; alla sospensione di ogni impulso tutti gli atomi tornano alla loro condizione di riposo. Essa consta di due tempi T1 e T2 ognuno specifico di morfologia e studio del parenchima cerebrale.
Un potente computer è in grado di tradurre i segnali, così ottenuti, in immagini molto dettagliate del cervello e del midollo, con la possibilità di localizzare lesioni derivanti dalla distruzione della mielina.
Le lesioni demielinizzanti, alla RM, appaiono come aree focali “brillanti”, più spesso di forma irregolare, ovoidale o rotondeggiante, a segnale iperintenso nelle sequenze pesate in T2 e principalmente distribuite attorno ai ventricoli laterali, nella sostanza bianca del tronco encefalico, del cervelletto e del midollo spinale.
La RM è un’indagine assolutamente innocua (anche per le donne gravide) e quindi ripetibile anche in periodi ravvicinati.
E’ solitamente ben tollerata e presenta limiti di applicazione solo in chi soffre di forme particolarmente severe di claustrofobia e nei portatori di protesi, mezzi di sintesi ossea o impianti di apparecchi in metallo ferrosi.
Ugualmente innocuo è il gadolinio, mezzo di contrasto paramagnetico, iniettato per via endovenosa nel corso dell’esame per aumentare le informazioni fornite dalla RM.

RMN con gadolinio.
L’impregnazione di gadolinio da parte delle lesioni demielinizzanti, nelle sequenze pesate in T1, riflette un’alterazione della barriera emato-encefalica (BEE) dovuta alla presenza di una infiammazione in atto.
La BEE è una unità morfo-funzionale in grado di isolare il liquor ed il tessuto nervoso dal sangue regolando attivamente ed in modo selettivo gli scambi di sostanze e cellule tra il circolo sanguigno ed il sistema nervoso centrale (SNC). In condizioni normali la BEE non permette il passaggio di gadolinio, ciò che si verifica invece nel corso di una reazione infiammatoria all’interno del SNC come nel caso di sclerosi multipla.

Figura 1. Lesione demielinizzante alla RM nelle sequenze T2 FLAIR (A) e T1 dopo contrasto (B).

Dato che l’assunzione di gadolinio riflette un’alterazione della barriera emato-encefalica (BEE) dovuta alla presenza di una infiammazione in atto, i focolai dotati di accentuazione contrastografica sono considerati come placche di recente insorgenza in cui il processo infiammatorio è attivo, mentre quelli privi di assunzione contrastografica vengono definiti come placche di vecchia data in cui il processo infiammatorio è inattivo.
Pertanto, come l’esame clinico, anche la RM è in grado di valutare la presenza di attività di malattia. La RM, però, è più sensibile nella misurazione dell’attività di malattia rispetto all’esame clinico poiché la comparsa di una lesione ipercaptante gadolinio e, cioè, la presenza di attività infiammatoria, o, comunque, un nuovo focolaio demielinizzante, può verificarsi anche in assenza di recidive e, cioè, di attività clinica della malattia.
Questo accade per il fatto che una nuova lesione demielinizzante può insorgere in una regione del cervello “muta” dal punto di vista funzionale senza, perciò, provocare sintomi o segni clinici percepibili dal paziente e/o evidenziabili con l’esame clinico. L’indagine RM è, quindi, uno strumento importante per coadiuvare l’esame clinico nella diagnosi di SM. Infatti, la comparsa di lesioni multifocali in diverse sedi anatomico-funzionali dell’encefalo fornisce l’evidenza di una disseminazione spaziale, mentre la coesistenza di lesioni attive dotate di accentuazione contrastografica e di focolai inattivi privi di impregnazione contrastografica e, cioè, di lesioni che si formano in differenti fasi temporali dimostra la presenza di una disseminazione temporale.

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Aggiornamento Marzo 2016
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