Per la sclerosi multipla è estremamente importante sottolineare che la finalità della ricerca scientifica è migliorare la qualità di vita dei pazienti, infatti questa malattia, pur avendo un’incidenza relativamente bassa in Italia, colpisce 50.000 persone, la genesi non è ancora del tutto chiara: l’ipotesi più avvalorata è che colpisca soggetti geneticamente predisposti.
Studi recenti hanno conseguito ottimi risultati identificando i geni coinvolti nella genesi di questa patologia, mostrando che i geni dei pazienti affetti da sclerosi multipla sono diversi da quelli della popolazione non affetta.
Le cure attualmente in uso, che danno degli ottimi risultati sul controllo della malattia, sono costituite da farmaci immunomodulanti e immunosoppressori in grado di contenere i meccanismi autoimmunitari alla base della sclerosi multipla. Fra gli immunomodulanti un ruolo certamente rilevante negli ultimi anni è stato assunto dall’Interferone-Ricombinante (IFN-): studi longitudinali hanno infatti dimostrato la sua efficacia nel ridurre il numero di recidive cliniche e l’attività infiammatoria della malattia, come dimostrano indagini diagnostiche approfondite quali la Risonanza magnetica per immagini (Rmi). In ogni caso la diagnosi precoce della malattia continua ad essere di fondamentale importanza, in modo da poter iniziare tempestivamente la terapia che, ad alti dosaggi, consente di ottenere i migliori risultati.
Le terapie alternative agli interferoni sono offerte dagli immunosoppressori quali Ciclofosfamide e Mitoxantrone, che agiscono sull’infiammazione, e la Cladribina, farmaco somministrato per via orale ancora in sperimentazione clinica, ma sul quale si ripone grande speranza.
La rivista Journal of Clinical Investigation ha pubblicato una ricerca condotta da Giuseppe Matarese dell’Istituto di endocrinologia e oncologia sperimentale (leos) del Cnr di Napoli. Questo studio ha messo in evidenza l’influenza del tessuto adiposo e dello stato nutrizionale dell’organismo sul sistema immunitario e l’esistenza di una relazione diretta tra produzione dell’ormone leptina e la presenza di malattie autoimmunitarie.
La leptina è un ormone prodotto principalmente dalle cellule adipose che ha lo scopo di regolare l’appetito e il senso di sazietà . Il sospetto che la leptina avesse un ruolo fondamentale nelle malattie autoimmunitarie è nato quando i ricercatori si sono accorti della presenza di tale sostanza in concomitanza di lesioni infiammatorie attive nel sistema nervoso centrale nei pazienti affetti da sclerosi multipla e nei topi malati di encefalomielite autoimmune, l’equivalente della sclerosi multipla nell’uomo.
Gli studi iniziati già da quattro anni e condotti dall’equipe di Giuseppe Matarese, hanno evidenziato un nesso significativo tra malnutrizione, ossia scarso tessuto adiposo e quindi poca leptina, e immunodepressione. Spiega infatti il professor Matarese: “Nei nostri studi abbiamo notato che la leptina era in grado sia di regolare il senso di sazietà sia di influenzare profondamente la funzione dei linfociti T, una delle più importanti barriere della risposta immunitaria. Osservando in laboratorio topi geneticamente mancanti della leptina - continua il ricercatore - si è osservato che, oltre ad essere obesi, erano anche immunodepressi, e quindi più suscettibili alle infezioni, perché avevano un numero di linfociti T molto più basso rispetto ai topi normali. Bastava però somministrare loro leptina per vedere ripristinati tanto una normale funzione immunitaria quanto il peso regolare.”
Una volta evidenziato questo stato di cose l’equipe ha voluto approfondire il ruolo della leptina in presenza di malattie in cui il sistema immunitario è iperfunzionante, come nel caso della sclerosi multipla. Si è quindi studiata la sensibilità dei topi, a cui era stato precedentemente neutralizzata la leptina utilizzando anticorpi monoclonali, all’encefalomielite autoimmune. I risultati parlano chiaro: in assenza di leptina i topi non manifestavano la patologia, ma bastava somministrargli l’ormone per renderli immediatamente attaccabili dalla malattia. Inoltre nei topi affetti da encefalomielite autoimmune e a cui era stato neutralizzato l’ormone in un secondo momento, la malattia non progrediva, si riducevano le ricadute e la presenza di antigeni specifici dei linfociti T (cellule immunitarie implicate nella malattia).
Trasponendo questi risultati sull’uomo si può ipotizzare che il sovrappeso, tendenza che accomuna le società occidentali, potrebbe avere un ruolo importante nell’aumento della frequenza delle malattie autoimmuni: l’accrescimento del peso corporeo ha come conseguenza l’alterazione del nostro sistema immunitario.
Conclude comunque Giuseppe Matarese: “Modulare la produzione di leptina mediante un approccio nutrizionale e farmacologico potrebbe rivelarsi fondamentale per curare le più frequenti malattie autoimmunitarie: dalla sclerosi multipla all’artrite reumatoide. Ma ci vorranno almeno tre anni per passare agli esperimenti sull’uomo e almeno 5-10 anni prima di arrivare a un farmaco.”