Sclerosi, le dosi di interferone inutili per un malato su dieci

Grazie a un prelievo di sangue e a un test messo a punto nei laboratori del Centro di Riferimento Regionale per la Sclerosi Multipla (Cresm) al San Luigi di Orbassano, al 10 per cento dei pazienti affetti da questa malattia autoimmune che aggredisce il sistema nervoso centrale non sarĂ  piĂą somministrato interferone beta, la sostanza in grado di rallentare il decorso di un male cronico ancora incurabile.

Su un malato ogni dieci, si scopre, l’interferone non ha alcun beneficio. Anzi: nell’organismo, l’iniezione che dovrebbe aiutare a migliorare la qualità della vita sviluppa al contrario un anticorpo che neutralizza l’efficacia del medicinale stesso, rendendo inutile il proseguimento di una terapia costosissima.

Così nel solo Piemonte il servizio sanitario nazionale risparmierà da subito un milione e mezzo di euro l’anno: 3 miliardi di vecchie lire da destinare alla ricerca o a terapie differenti contro la medesima malattia.

Il dottor Antonio Bertolotto è il responsabile del Crems e della Neurobiologia clinica al San Luigi: «La sclerosi - spiega - colpisce soprattutto i giovani, circa 100 persone ogni 100 mila, di cui oltre la metà ha meno di 30 anni. In Piemonte stimiamo quindi 4200 malati, 1500 dei quali seguiti qui a Orbassano».

La notizia del test messo a punto nel laboratorio del San Luigi è stata immediatamente diffusa ai numerosi centri italiani ed europei che collaborano col Crems, e da diverse regioni - oltre che dagli ospedali del Piemonte - hanno iniziato ad arrivare al San Luigi di Orbassano campioni di sangue da analizzare: dagli ospedali San Raffaele, Sacco, Niguarda, Besta e Don Gnocchi di Milano al centro universitario di Napoli, dai reparti di Neurologia di Firenze a quelli di Ravenna, da Verona ad Avellino, da Cuneo a Macerata.

L’interferone riduce del 30-40 per cento il rischio di attacchi della malattia e ritarda l’aggravarsi dell’invalidità. Una terapia efficace in particolare nella fase iniziale della malattia. «Uno studio compiuto diverso tempo fa - spiega ancora il dottor Bertolotto - aveva dimostrato che l’efficacia della somministrazione era, in alcuni casi, nulla, in quanto il numero di attacchi dei pazienti trattati con questa sostanza erano pari a quelli di chi era in terapia con un prodotto placebo. Segno che, su alcuni malati, la terapia era inutile. Inutile per colpa dell’anticorpo che si genera nell’organismo, effetto opposto a quello voluto».

Identificare la presenza dell’anticorpo nel sangue attraverso la misurazione dell’attività biologica del farmaco è stata la scommessa e il successo di sei biologi e biotecnologi del Cresm. Oggi è sufficiente un semplice prelievo di sangue. Oltre a un risparmio economico per il servizio nazionale, evitare la somministrazione dell’interferone significa soprattutto risparmiare ai malati la sopportazione (inutile) di effetti collaterali come febbre e debolezza, frutto di una modifica generale dei valori del sangue e degli enzimi del fegato.

Sospendendo una «cura» cara e inefficace, inoltre, il malato potrà essere indirizzato verso un altro farmaco, fra cui l’Azatioprina, sostanza praticamente ancora in fase sperimentale prima della registrazione dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco.

Data: 05 Settemrbe 2006


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