Differenze genetiche nella sclerosi multipla

Mettendo a confronto il DNA di pazienti con sclerosi multipla, i cui sintomi sono attenuati dal trattamento con interferone beta, rispetto al DNA di pazienti che continuano ad essere colpiti da recidive, ricercatori avrebbero identificato delle differenze genetiche tra i due gruppi, così come viene riportato in un articolo pubblicato online oggi e che comparirà nell’edizione di “Archives of Neurology” di Marzo 2008. Tali differenze riscontrate dai ricercatori, potrebbero essere utili ad individuare i trattamenti terapeutici più adatti ad ogni singolo paziente.  

La sclerosi multipla è una malattia neurologica in cui il rivestimento mielinico delle fibre nervose degenera progressivamente, causando debolezza muscolare, spasmi e paralisi parziali o complete agli arti. Una proteina denominata Interferone Beta Ricombinante, viene oggi ampiamente impiegato nel trattamento della sintomatologia correlata alla sclerosi multipla e forse è in grado di rallentare la progressione della malattia, così come viene rivelato in questo articolo. “ Nonostante la terapia con interferone beta, oltre il 50% di pazienti con sclerosi multipla, continuano ad essere soggetti a recidive e ad un aggravamento della disabilità”, scrivono gli autori. “ Inoltre, gli effetti collaterali, tra cui sintomi simil-influenzali e depressione, i più comuni, portano molti pazienti ad interrompere la terapia”.

Esther Byun, M.D., dell’Università della California, San Francisco, in collaborazione con i colleghi di più centri internazionali, hanno seguito un gruppo di 206 pazienti del Sud Europa con sclerosi multipla recidivante-remittente per 2 anni dopo che ebbero iniziato una terapia con interferone beta. La forma recidivante-remittente di SM è la più comune caratterizzata da periodi in cui la malattia si esprime con sintomi di estrema variabilità, seguiti da periodi liberi da sintomi o di remissione in cui la malattia entra in uno stato di quiescenza.

Ogni tre mesi i neurologi analizzavano i livelli di disabilitĂ  dei pazienti; nel corso dello studio 99 pazienti rispondevano positivamente alla terapia con interferone beta, mentre 107 pazienti no.

I ricercatori hanno analizzato il DNA degli individui in ogni gruppo e hanno utilizzato la tecnologia del microarray per identificare, attraverso il genoma, i marcatori (markers) genetici associati alla risposta all’interferone beta. Essi hanno identificato i primi 35 polimorfismi di singoli nucleotidi (SNPs), ossia variazioni  in una singola base di DNA, candidati ad ulteriori analisi. I ricercatori hanno evidenziato tali SNPs in ogni individuo partecipante allo studio, per vedere se le mutazioni apparenti nei pazienti che rispondevano positivamente alla terapia differivano da quelle di pazienti non rispondenti. Al completamento di tali analisi, furono inclusi nello studio altri 81 pazienti con sclerosi multipla (44 rispondenti a terapia e 35 non-rispondenti) ed il DNA dei pazienti rispondenti era ancora paragonabile a quello dei non-rispondenti.

Dei 35 polimorfismi (SNPs) identificati al primo esame, 18 erano significativamente correlati ad una risposta al trattamento nello studio combinato. Sette di tali polimorfismi (SNPs) erano siti all’interno dei geni, mentre gli altri erano posizionati nello spazio tra i geni. Alcuni di tali polimorfismi erano collocati all’interno di geni che precedentemente erano correlati a processi coinvolti nella sclerosi multipla, come l’aumento e la riparazione delle cellule nervose.

“Gli effetti benefici della terapia con interferone beta, in pazienti con SM recidivante-remittente, è stata chiaramente dimostrata”, come scrivono gli autori. “D’altro canto però, l’effetto del trattamento con interferone beta rimane parziale, poiché un considerevole numero di pazienti non risponde alla terapia. In assenza di una prognosi clinica di malattia, in mancanza di marcatori (markers) neuroradiologici e/o immunologici indicativi dell’attività di malattia, la domanda principale rimane chi trattare e quando intervenire con la terapia e quando gli effetti collaterali ed i costi del farmaco diventano significativi”.

La capacità di identificare mutazioni genetiche che influenzino la risposta alla terapia con interferone beta, porta a nuove importanti informazioni riguardo al meccanismo d’azione del farmaco nell’organismo umano; ciò comporta l’avvicinarsi alla creazione di farmaci più mirati e alla personalizzazione delle terapie.

Sono necessari, comunque, ulteriori studi prima di predire completamente gli esiti al trattamento farmacologico basandosi sulla analisi del DNA.

[Arch Neurol. 2008;65[3]: [doi: 10.1001/archneurol.2008.47].

 A cura della dott.ssa Silvia Tacchini.

Data: 02 Aprile 2008
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